
Ultimamente ho poco tempo da dedicare a questo blog. Sinceramente, preferisco scrivere quando ho cose importanti da dire invece di scrivere cavolate! In effetti la vena creativa appare rinata e cerco di continuare la stesura del mio sesto romanzo che è quasi ultimato con mia somma gioia. Un romanzo ben diverso come impronta dai miei precedenti, forse un po’ più leggero, ma così mi sento in questo periodo e quindi voglio tentare di scrivere qualcosa di ironico, anche se velatamente malinconico.
In questo Diario di Bordo, oggi volevo postare un raccontino molto breve che mi è stato ispirato da una sofferenza realmente vissuta. Finalmente, l’anno bisesto sta per finire e se anche non potrò mai dimenticare il dolore della perdita, credo che andare avanti sia d’obbligo, con forza d’animo e positività!
A tutti voi buona lettura!
CARA MAMMA
Lento, cammino in silenzio nel regno dei morti. Lapidi disposte in fila, allineate come soldatini sul terreno. Lo scalpiccio delle mie scarpe sulla ghiaia disturba la loro quiete. Il sole risplende alto nel cielo, quasi voglia illuminare un luogo dove l’oscurità è padrona. Eppure, stranamente, qui si respira pace.
Mi guardo intorno e ingoio le lacrime, pronte a scendere.
Croci. Tante croci.
E ricordi, tristi ricordi, mia cara mamma…
Stavo arrivando da te.
Avevo parcheggiato la macchina nelle vicinanze dell’ospedale. Volevo fare quattro passi. Camminare mi aiutava a pensare. A non annegare nelle lacrime. A essere più tranquillo, almeno in apparenza, quando ti avrei visto.
Cinque minuti.
Aspettami, ti prego, pensai implorante.
Il cielo. Era così terso. Limpido. L’aria era fresca ma la Primavera era tutt’intorno a me. Sbocciava, fioriva, rallegrava, apriva il cuore.
Il profumo dei tigli colpiva le narici. Cara mamma, i glicini erano esplosi. Il tuo giardino un trionfo di viola, il tuo colore preferito. Mi sembrava di vederti mentre esclamavi la tua gioia nell’osservarli, con tutto l’amore che dedicavi al giardinaggio. E alle risate quando ti sentivo parlare con loro. Se le ami loro ti ricambieranno, mi dicevi sempre, rimproverando il mio sarcasmo.
Sì, tutte queste cose sarebbero rimaste per sempre in me. Ti conoscevo bene come me stesso. Il tuo ventre mi aveva protetto per nove lunghi mesi, mi aveva custodito, sfamato, amato. Mi avevi dato la vita, l’atto d’amore più grande!
Eppure, il tuo spirito indomito e forte non era riuscito a contrastare la malattia che lentamente piegava il tuo corpo. All’improvviso ebbe la meglio. Ti stava divorando.
Tu soffrivi e il mondo non si fermava.
Quel maledetto.
Al di fuori della tua asettica stanza d’ospedale, tutto procedeva. E scorreva. Passava e scompariva, senza lasciare traccia. Ecco che cos’era il mondo. Incostante, sfuggente, ordinario, violento. Nero. Non biasimarmi se l’ho sempre pensata così.
Tu mi volevi forte.
Mentre camminavo, pensavo che tutto era cambiato. Comprendevo molte più cose della mia maturità. Accettavo anche la sofferenza perché sapevo che faceva parte della vita.
Pensai a Gesù e alla sua Via Crucis.
Aveva portato con sé il peso di tutti i peccati dell’uomo. Dell’umanità che se ne era fregata di tutto e di tutti, e anche di Lui Stesso, crocifiggendolo.
Beh, di sicuro non sono Gesù ma quella era la mia personale via crucis. Portavo sulle spalle il dolore del tuo dolore, la pena di averti visto mutare nel tempo e di non aver potuto far nulla per evitarlo.
La sofferenza ti aveva plasmata. Trasfigurata. Abbattuta.
Tu, quercia dai rami alti, vigorosi e possenti.
Conoscevo la tua forza d’animo. Comprendevo la tua voglia di proteggermi anche quando potevo benissimo farlo da solo. Ti ho sfidata, a volte anche deludendoti, ma eri sempre stata presente per me. Non mi abbandonavi mai. Per contraccambiare il tuo amore, volevo soffrire al posto tuo. Purtroppo, la vita segue il proprio corso e Dio aveva i suoi progetti, che a me in quel momento erano incomprensibili.
Camminavo. Le gambe pesanti. Mi pesava vederti così.
Giunsi all’ospedale.
Un ammasso di cemento. Di corpi malati. Straziati. Un luogo dove la vita e la negazione della vita camminano insieme a braccetto.
Perdonami, cara mamma. So che tu vedresti il buono ovunque, anche dove in realtà non esiste, non è vero? Abbi pazienza, io soffrivo nel vederti lì.
Odiavo quel posto. Era così lugubre e triste e asettico. Lo odiavo e basta. Eppure per amore tentavo di sopportare, se non altro perché tu rendevi speciale quel luogo triste con la tua positiva presenza.
Entrai nella tua stanza. Dotata di tutto. Ma aveva poco di confortevole. L’odore di medicine, di urina, di tutto ciò che non era sano mi disgustava. Avrei voluto prenderti e portarti via.
Ti osservai. Quel letto era diventato la tua prigione. Non ti saresti più alzata da lì e, dopo un po’ di tempo, non avresti riconosciuto neppure me, tuo figlio.
Ringrazio Dio che all’epoca non hai saputo di papà, cara mamma.
Addolorato nel vederti così, se ne andò all’improvviso lasciando un enorme vuoto nella mia vita. Nemmeno un addio. Eppure, capii che niente lo avrebbe trattenuto qui, se tu non ci fossi più stata. Sapevo che ti attendeva alle porte del Paradiso, quasi volesse fare per l’ennesima volta il gentiluomo. Sono certo tu sia rimasta sorpresa nel trovarlo lì ad aspettarti, non è vero?
Mi sedetti sulla sedia in attesa che ti svegliassi.
Ti guardai. Serena, il volto disteso, la pelle liscia e delicata. Respiravi a fatica.
Poi hai aperto gli occhi. Ti ho sorriso, anche se la tristezza mi lacerava.
−Ciao mamma. Chi sono, mi riconosci?
Biascicasti qualcosa, sforzandoti, e i tuoi occhi si riempirono di lacrime. Strinsi forte la tua mano. Non piangere mamma.
−Sono Mauro mamma, sto bene, va tutto bene!
Sembravi tranquilla, rilassata, le lacrime sparite. Alzasti gli occhi su di me, tentando disperatamente di parlarmi. Mi avvicinai, sussurravi.
−Ho sognato gli angeli. Tanti bellissimi angeli-, non dovevo, non potevo piangere. Deglutii a fatica, mi feci forza.
Tentavi di sorridere. I tuoi occhi fissi, senza espressione, ma io vedevo al di là di essi. Sì volevi sorridermi.
…Mamma chiuse gli occhi:
−Ora cara mamma vado, ma tornerò−, le sussurrai dolcemente sfiorandole la fronte con un bacio.
Ma lei non mi sentiva.
Non mi sentiva più.
Sono in cimitero, come ogni domenica da quando mi avete lasciato. Sto arrivando da te, cara mamma. Sai, il tuo giardino è ancora rigoglioso, le tue piante fioriscono perché le hai accudite con amore. Lo fanno solo per te. Oggi, ti ho portato i glicini che ami tanto.
Lentamente, camminando in silenzio, ti raggiungo.
Alzo lo sguardo e vi scorgo. Ora tu e papà siete vicini. Insieme. Come nella vita, così nella morte.
Il buio ha oscurato a lungo la mia esistenza senza di voi. Il vuoto nel cuore è e rimarrà incolmabile, mi sono accorto che tutto ciò che voi mi avete insegnato è ciò che sono. L’amore vive oltre lo spazio e il tempo. L’amore è eterno.
La morte dunque, come mi dicevi tu, cara mamma, è solo un lento passaggio.
Inevitabile.
Se ora non ho più paura, lo devo solo a te.
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