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‘Grazie dei Ricordi’ di Cecelia Ahern

Joyce è una giovane donna il cui matrimonio sta andando in pezzi. Dopo un terribile incidente, dal quale si salva solo grazie a una trasfusione di sangue, decide di tagliare il fragile filo che ancora la tiene legata al marito e di tornare nella casa paterna, e qui cominciano ad accaderle cose stranissime: ricorda fatti che non dovrebbe ricordare, ha visioni di un passato che non è il suo, scopre di saper parlare latino, francese, italiano e di essere esperta d’arte, e ogni notte sogna una bambina bionda che non conosce. Justin è un professore americano studioso d’arte e del Rinascimento italiano. È a Dublino per tenere dei corsi all’università, e per stare vicino alla figlia che, dopo il divorzio dei genitori, si è trasferita a vivere con la madre. Si è fatto convincere da una collega a dare il suo contributo alla Giornata del Donatore di Sangue: è la prima volta in vita sua che prende una decisione d’impulso. Quando, giorni dopo, comincia a ricevere dolci, fiori e piccoli doni sempre accompagnati da bigliettini anonimi su cui c’è scritto solo “Grazie”, è più che mai determinato a trovare chi glieli manda. Joyce e Justin, l’una indipendentemente dall’altro, iniziano un viaggio alla scoperta di se stessi. Si rincorrono. Si riconoscono senza conoscersi. Si sfiorano senza incontrarsi tra la folla di una splendida Dublino che fa da cornice alla loro avventura.

Non ero a conoscenza dell’ultimo libro della AHERN, non fino a quando per caso sono entrata in libreria e l’ho visto, e prontamente comprato. Adoro questa scrittrice, mi piace la sua scrittura, così fluida e semplice, i temi che affronta e come li affronta. Sono storie piene di Luce e di sentimenti positivi che seppur rientrino nella vita di tutti i giorni, sono legate a un elemento che va oltre la quotidianità, e che alla fine dà a quella storia un tocco di soprannaturale, di magico, e questo trasforma quella storia apparentemente normale in originale. Altri aggettivi: curiosa, intensa, ironica e semplicemente bellissima.  

Il nuovo romanzo della AHERN mi è piaciuto molto, l’ho letto in pochissimi giorni, non riuscivo a abbandonarlo, perché incuriosisce e incanta. Sarò anche di parte ma so bene che a volte un autore che ha scritto un romanzo best−seller, difficilmente poi riesce a mantenere nei suoi successivi romanzi la stessa curiosità e a volte i romanzi che seguono sono poco interessanti. Non è il caso della AHERN. Quello che di lei mi stupisce è di riuscire a descrivere situazioni anche molto tristi e difficili, come l’aborto oppure la morte di una persona cara senza scadere nel banale e risaputo, ma trattandoli con molta sensibilità. È semplicemente brava a scrivere, mi ritrovo molto in ciò che scrive e che racconta. Ciò che mi è piaciuto di più di questo romanzo è proprio la storia in sé, che ha poco a che vedere con la realtà, insomma difficilmente con una trasfusione di sangue si acquisiscono le conoscenze della persona che ci ha salvato la vita, ma forse proprio per questo mi piace, perché va OLTRE la realtà, è un po’ immaginaria, seppur rimanga fermamente legata alla realtà stessa. Ho adorato i dialoghi tra la protagonista e il padre, spassosissimi ma nello stesso tempo così dolci e melanconici, e anche quelli dell’altro coprotagonista Justin con il fratello Al e la moglie di quest’ultimo Doris. Insomma se vi piace la Ahern non potrete non innamorarvi anche di questo suo ultimo romanzo, GRAZIE DEI RICORDI, che mi ha lasciato un ricordo dolcissimo… BUONA LETTURA!

Alcuni passi del romanzo:

Dal taxi scende un uomo e, nel momento in cui lo vedo, mi immobilizzo con un piede fuori dall’auto. Mi è familiare, mi sembra di riconoscerlo. Lui si ferma e mi guarda. Ci fissiamo per un po’. Scrutiamo il volto l’uno dell’altra. Poi lui si gratta il braccio sinistro, un gesto che cattura la mia attenzione un po’ troppo a lungo. È un momento bizzarro e mi viene la pelle d’oca… Mi avvio verso il salone di parrucchiere ed è subito evidente che io e lo sconosciuto abbiamo la stessa destinazione. La mia andatura diventa meccanica, goffa, impacciata. C’è qualcosa in lui che mi rende disarticolata. Instabile. Forse è la possibilità di dover dire a qualcuno che non avrò più un bambino. Sì, per un mese non ho parlato d’altro e invece non ci sarà più nessun bambino da mostrare. Mi dispiace, gente. Mi sento in colpa, come se avessi ingannato i miei amici, la mia famiglia. La più lunga delle burle. Un bambino che non nascerà mai. Mi si aggroviglia il cuore all’idea.”

Resta zitto per un tempo da record. Dieci, forse quindici minuti. Alla fine le parole cominciano a traboccare; pare quasi che siano state impazientemente in coda dietro le labbra chiuse durante quel raro silenzio. Parole sparate fuori come al solito dal cuore, non dalla testa, e catapultate in bocca, per rimbalzare contro le mura delle labbra serrate. Invece di uscire nel mondo, si accumulano simili a grasse cellule paranoiche che temono di rimanere senza cibo. Ma poi la bocca si apre e loro schizzano fuori in tutte le direzioni…”

Calde lacrime mi scendono dagli angoli degli occhi lungo le guance gonfie che mi fanno male a furia di ridere e che schiaccio con le mani per provare a smettere. Mi rendo conto di quanto la felicità e la tristezza siano vicine. Così strettamente legate. Una linea sottile, un confine segnato da una riga tremolante tirata nel mezzo delle emozioni che confonde i territori degli esatti opposti. Il movimento è minimo , come quello del debole filamento di una ragnatela che vacilla sotto il peso di una goccia di pioggia… Lacrime di sconforto mi scorrono lungo il viso, e intanto il mio stomaco continua a scuotersi e a struggersi di felicità.”

Distolgo lo sguardo e cerco di ricompormi mettendo la valigia sul letto, nel tentativo di non far scendere le lacrime. Le cose di ogni giorno, l’ordinario, il quotidiano, sono ciò che ci spinge a proseguire. Com’è straordinario, uno strumento che ciascuno di noi usa per andare avanti, un modello di buonsenso.”

 

 

 

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“L’ombra del Vento” di Carlos Ruiz Zafon

Una mattina del 1945 il proprietario di un modesto negozio di libri usati conduce il figlio undicenne, Daniel, nel cuore della città vecchia di Barcellona al Cimitero dei Libri Dimenticati, un luogo in cui migliaia di libri di cui il tempo ha cancellato il ricordo, vengono sottratti all’oblio. Qui Daniel entra in possesso del libro “maledetto” che cambierà il corso della sua vita, introducendolo in un labirinto di intrighi legati alla figura del suo autore e da tempo sepolti nell’anima oscura della città. Un romanzo in cui i bagliori di un passato inquietante si riverberano sul presente del giovane protagonista, in una Barcellona dalla duplice identità: quella ricca ed elegante degli ultimi splendori del Modernismo e quella cupa del dopoguerra.

L’OMBRA DEL VENTO

Ruiz Zafon ha esordito con un romanzo avvincente. La sua celebrità è stata ottenuta tramite il tam−tam di coloro che lo hanno letto, non di certo dall’editore che l’aveva pubblicato. Un esempio quindi di che cosa vuol dire scrivere un romanzo meritevole e poi riuscire a ottenerne il riconoscimento, tramite i lettori stessi. Ciò che è accaduto a L’OMBRA DEL VENTO, può essere positivo per gli scrittori esordienti talentuosi, con un ottimo romanzo tra le mani.

L’OMBRA DEL VENTO lo considero una specie di meta−romanzo, una storia nella storia, un intreccio complicato di eventi che si susseguono uno dopo l’altro e di una matassa che piano piano si dipana fino a essere compresa verso la fine e perciò mentre all’inizio le storie scorrono parallele e sembrano non avere nulla in comune più avanti s’intersecano tra loro, dando alla fine l’una ragione all’altra. Un meccanismo concepito bene e che a tratti fa di questo un romanzo giallo, a tratti gotico a tratti rosa. Ammetto che a volte l’ho trovato piuttosto noioso, perché si dilungava troppo nella narrazione della vita dei vari personaggi, le parti in corsivo per intenderci, seppur di fondamentale importanza all’interno della storia, il tutto era scritto in maniera troppo prolissa e poco asciutta, ci sarebbe voluta più fluidità perché l’intera vicenda in quei punti scadeva un po’.

Per il resto l’ho trovato un romanzo ben scritto, ben narrato, ben descritto nella concezione dei personaggi. Il finale mi ha lasciato perplessa perché speravo in qualcosa di più eclatante, invece ho colto un po’ di fretta nel concludere, seppur forse quella era la conclusione migliore per il romanzo. Anche il periodo storico nel quale la vicenda si svolge prende parte preponderante e è molto sentito.

Ho intuito un grandissimo amore dell’autore verso i libri, la lettura e la scrittura, sono tutti sentimenti positivi e intensi che traspaiono all’interno del romanzo.

Non è tra i miei preferiti, ma è un romanzo che merita, BUONA LETTURA!

Posto due brani che trovo assolutamente perfetti e ‘giusti’:

Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un’anima, l’anima di chi lo ha scritto e l’anima di coloro che l’hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie a esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza…”

Un giorno sentii dire da un cliente della libreria che poche cose impressionano un lettore quanto il primo libro capace di toccargli davvero il cuore. L’eco di parole che crediamo dimenticate ci accompagna per tutta la vita ed erige nella nostra me moria un palazzo al quale −non importa quanti altri libri leggeremo, quanti mondi scopriremo, quante cose apprenderemo o dimenticheremo−prima o poi faremo ritorno…”

 

 

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