Mi sono accorta che questo post, che scrissi l’anno scorso era confinato all’interno dei Generi letterari, insieme con altri autori che ho letto. Dato che la Shelley e il suo Frankestein è in assoluto il mio romanzo preferito, frutto di studi nei miei trascorsi di studentessa di Lingue, credo sia d’obbligo che ne risalti l’importanza mettendola nella categoria de LA CASA TRA I MONDI.
Mary Shelley: Frankestein
C’è un libro che che ho amato in modo particolare e che considero il più bello in senso letterario. Per me è al primo posto su TUTTI!
FRANKESTEIN di MARY SHELLEY fin dai tempi dell’università mi aveva colpita profondamente. In esso ancora oggi trovo l’eco di un dolore riflesso di una vita triste e dolorosa. Ho amato Frankestein, l’ho amato perchè nel suo essere mostro nascondeva un animo puro e colmo d’amore verso colui che lo aveva generato, a riprova del fatto che l’apparenza inganna e fermarsi in superficie può essere il più delle volte ingannevole…
La genesi
Mary Godwin trascorse gran parte dell’estate del 1816 a Chapuis, in Svizzera. Nella comitiva con la quale era in viaggio c’era sua sorella Claire Clermont, nata dalla prima moglie del padre, il marito Percy Shelley e George Gordon Byron, per l’occasione accompagnato da John Polidori, il suo psicologo. Byron affittò per l’occasione Villa Diodati, situata sulle rive del lago di Ginevra, un luogo suggestivo e incantevole che nel 1600 aveva ispirato John Milton, l’autore del ‘Paradiso perduto’. La stessa Mary, dopo il soggiorno sul lago, considerò che questa fosse una zona consacrata all’ispirazione artistica.
Il 16 giugno il tempo si trasformò lentamente da una bella e radiante giornata di sole ad un tardo pomeriggio tempestoso. Una pioggia torrenziale e degli impressionanti squarci di tuoni si abbatterono sulla regione. Quella sera a causa della tempesta Mary e Percy non riuscirono a tornare a Chapuis, dove avevano affittato la loro casa, e così si fermarono a dormire a Villa Diodati. Mentre erano tutti insieme incominciarono uno per uno a leggere ad alta voce una raccolta di storie tedesche di fantasmi intitolata ‘The fantasmagoriana’. In una di queste storie un gruppo di viaggiatori raccontava agli altri le proprie esperienze soprannaturali o vicine all’incredibile, e questo ispirò George Byron a sfidare il gruppo a scrivere una propria storia che riguardasse dei fantasmi.
Shelley scrisse qualcosa che abbandonò qualche giorno dopo, Byron compose il racconto ‘Un frammento’, John Polidori incominciò ‘Il Vampiro’, che si può considerare il primo racconto del genere e di cui molti sostengono che il personaggio principale, Lord Ruthven, sia ispirato alo stesso Byron. Mary invece trovò l’ispirazione giusta e non smise più di scrivere.
Durante il pomeriggio successivo, quando la comitiva si ritrovò insieme di nuovo, Byron recitò ‘Christabel’, la poesia di Coleridge, e Shelley immedesimandosi nella storia immaginò che Mary sarebbe potuta essere la criminale protagonista del poema. Shelley uscì dalla villa ed improvvisò una sceneggiata. Un episodio che rimase impresso nella giovane e che contribuì a costruire quel senso di colpa che avrebbe poi trasfigurato nel racconto che stava scrivendo. Nei giorni successivi Mary non riuscì ad impostare la storia come realmente voleva, nonostante tutto non si arrese e continuò a cercare una soluzione, mentre ormai gli altri avevano abbandonato l’idea per concentrarsi su altri progetti.
Il 22 giugno Byron e Shelley andarono a fare un giro in barca sul lago di Ginevra. La sera prima, mentre erano tutti insieme, avevano parlato de ‘L’Allemagne’ di Madame De Stael, ‘del principio della vita che potrebbe essere scoperto e degli scienziati che avrebbero potuto galvanizzare un corpo umano ricostruito’. Quella sera Mary quando andò a dormire ebbe uno strano sogno: ‘Vidi uno studente pallido inginocchiato dietro alla cosa che aveva costruito. Vidi il fantasma orribile di un uomo che si allungava mentre alcuni potenti macchinari si stavano muovendo. All’improvviso la cosa dette segni di vita, e lo studente spaventato corse via mentre quella cosa aveva già aperto gli occhi ed era già riuscita ad alzarsi e a camminare con le sue gambe’. La mattina successiva Mary comprese che aveva trovato la linea guida della sua storia e scrisse la parte iniziale del quarto capitolo: ‘It was on a dreary night in November…’.
(MIA NOTA: questo sogno di MARY mi fa davvero pensare, perchè mi capita di sovente fare sogni che poi mi aiutano nella creazione del romanzo, come una mano invisibile che illumina il cammino quando ho problemi nel continuare… Che sia per questo che questa donna mi attira così tanto?)
Il romanzo venne completato nel maggio del 1817 e sarà pubblicato il primo gennaio 1818.
Gran parte dell’ambientazione del romanzo ha come sfondo il versante francese del Monte Bianco, nella Valle di Chamonix, e attorno il lago di Ginevra. Mary inizia a comporre difatti il Frankenstein tre settimane dopo il soggiorno a Chamonix, situata in Savoia sulle Alpi Francesi. Qui, fra il 22 e il 27 luglio 1816, insieme a Percy Shelley, compose il poema ‘Il Monte Bianco’. (unica opera realizzata col marito) La lirica ricompone in un’unica scena una serie di esperienze in realtà distribuite in almeno cinque giorni, e in luoghi differenti, il che non impedisce che nel testo sia iscritta una progressione essenzialmente analoga a quella della seconda lettera a Thomas Love Peacock, (22-25 luglio) amico di entrambi, da “un sentimento di estatica meraviglia, non lontano dalla follia” (p.1062 ‘Shelley, Opere’, Einaudi), alla sublime e turbata contemplazione del ghiacciaio, al senso di una vita propria della montagna, disumana e ostile (“Si potrebbe credere che il Monte Bianco sia un essere vivente e che il sangue congelato scorre senza posa lentamente attraverso le sue vene di pietra”, p.1067). Il paesaggio ‘invita’ a una mostruosa antropomorfizzazione, sembra chiedere di essere popolato di forme aliene o divinità primordiali
: significativamente di lì a qualche settimana, Mary inscenerà proprio sulla Mer de Glace (in una pagina fitta d’aggiunte e correzioni del marito) il primo incontro fra Frankenstein e la sua creatura; e Shelley stesso, due anni più tardi, distinguerà sul ghiacciaio la forma incatenata del Prometeo, e collocherà nelle viscere della montagna il regno di Demogorgone.
Le fonti letterarie
Nel romanzo Mary Godwin trasferì l’esperienze vissute quell’estate ma anche le conoscenze che aveva assimilato studiando e leggendo, in particolare dalle ‘Metamorfosi’ di Ovidio e dal ‘Paradiso Perduto’ di Milton. A tal proposito si ritiene che Mary G.Shelley studiò Ovidio dall’aprile al maggio del 1815. Il maggior elemento che ritroviamo dell’autore latino è la presentazione della leggenda di Prometeo, che si riscontra da subito nel sottotitolo dell’opera: ‘Frankestein o il Prometeo Moderno’. E la creazione del mostro è simile ad un passaggio di Ovidio: ‘Whether with particles of heav’nly fire, The God of Nature did his soul inspire; Or earth, but new divided from the sky, And, pliant, still retain’d th’ethereal energy; Which wise Prometheus temper’d into paste, And, mix’t with living streams, the godlike image cast… From such rude principles our form began; And earth was metamorphos’d into man’. Il titolo dell’opera, che non era ancora stato deciso dall’autrice, venne scelto dagli editori Lackington, Hughes, Harding, Mavor & Jones che la pubblicarono nel 1818 in tre volumi in forma anonima, riprendendo il nome dello scienziato protagonista del romanzo.
Una mia personale analisi e riflessione sul romanzo( forse anche banale!)
FRANKENSTEIN è l’opera più famosa della Shelley, o almeno, si ricorda l’autrice con questo romanzo che precorre il genere FANTASCIENTIFICO! In effetti sebbene venga considerato come romanzo GOTICO, ove la storia possiede elementi piuttosto oscuri e inquietanti, il romanzo ha di per sè lasciato una traccia per chi più tardi nel ’900 si cimenterà in un genere nuovo; un genere nel quale la scienza sia in grado di superare i confini e le barriere che nella realtà la delimitano, (anche se la razionalità e la logica non potranno mai conoscere l’intero Universo), per esplorare, sperimentare e andare oltre il limite della ragione stessa. Quindi la SCIENZA sconfina nella FANTASIA!
In effetti la modernità della Shelley e il fatto che Frankenstein sia a tutt’ora il mostro più conosciuto della storia dei mostri, sta proprio in questo. Lei ha aperto per così dire i battenti, ha inaugurato un genere che solo una mentalità più aperta poteva esplorare senza considerarlo troppo immaginario e perciò fasullo e impossibile. Preconcetti che a quei tempi erano preponderanti!
A parte questo, che è risaputo credo, vorrei puntualizzare ciò che mi ha segnato profondamente di questo romanzo.
La consapevolezza del Dottor Frankenstein di voler atteggiarsi a Dio, pur sapendo che dare la vita a un abominio non necessariamente significava che tale abominio potesse anche possedere un’anima nera e perduta. Era troppo orribile, brutto, deforme, DIVERSO, per poter essere umano e perciò anche BUONO, quindi dopo averlo creato, ha voluto disconoscerlo, disfarsene. La povera CREATURA( nel romanzo viene identificata così, nessun nome, perchè non ne è degno!) abbandonata dal padre, sul quale lui riversa tutto l’amore della sua anima PURA, sentendosi rifiutato e trovando ostilità e disgusto da parte di tutti( quindi il ribrezzo del DIVERSO che non è accettato dalla società ma rifiutato) diventa per colpa altrui un vero e proprio mostro, uccidendo per VENDETTA. Nessuno gli ha insegnato che cosa è giusto e che cosa non lo è, quindi non conosce la differenza tra IL BENE E IL MALE! Solo il padre avrebbe potuto insegnarglielo, il suo rifiuto invece diventa per la CREATURA sentimento di rivalsa contro chi l’ha creato.
Potrei ritrovare la stessa analogia in Dottor Jekill e Mr Hide di Stevenson, altro romanzo che mi è piaciuto molto: il voler attraversare i limiti umani, atteggiandosi a Dio, ha portato un mite e buon dottore alla propria distruzione.
Entrambi sono famosi dottori, entrambi possiedono conoscenze che potrebbero cambiare definitivamente il mondo, entrambi le usano per se stessi, questa avida sete di conoscenza diventa perciò strumento di distruzione.
Il messaggio che balza all’occhio di chi legge è: DIO è unico, è lui che ci ha creato. L’uomo invece deve attenersi a delle regole ben precise, non deve superare i limiti concessogli dallo stesso Dio, mai oltraggiare la natura stessa, mai ergersi a giudice supremo, perchè la distruzione è l’unica via di uscita a tali eccessi.
Forse Mary Shelley vedeva se stessa in quel mostro. Sono certa che il suo dolore fosse nel considerarsi poco degna di dare vita ad una creatura e poi di vederla crescere…questa è solamente una mia congettura!
Viene perciò spontaneo parteggiare per il mostro, sentirsi realmente partecipi del suo dolore, del suo abbandono, della sua tristezza, del suo amore per il padre, mai corrisposto.
Non può che terminare così, con la creatura che si ribella al padre, e che in fin dei conti non voleva altro che farsi amare!
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